Protesi d’anca: le domande del paziente

La protesi totale d’anca è uno dei maggiori successi della chirurgia ortopedica moderna.

Esordita in modo concreto negli anni ’60, è oggi quotidianamente impiantata in migliaia di esemplari nel mondo. Suo scopo principale è quello di togliere il dolore e ripristinare la funzione, sintomi che caratterizzano l’artrosi dell’anca nelle sue diverse origini.

Con il passare degli anni è cresciuta l’affidabilità di questo intervento chirurgico, grazie al progressivo miglioramento dei materiali e della tecnica operatoria, fino allo sviluppo della più recente chirurgia mininvasiva e all’attuale apertura alla chirurgia robotica. L’introduzione delle più recenti ceramiche e del polietilene altamente reticolato è stata in grado di garantire una maggiore durata nel tempo degli impianti.

Cos’è una protesi d’anca?

La protesi totale d’anca è la sostituzione dei due versanti articolari, testa del femore e acetabolo del bacino, con due componenti artificiali che riproducono l’articolazione sferica originale, con lo scopo di eliminare il dolore e recuperare il movimento.

Quali sono le patologie per cui è indicata una protesi d’anca?

Le patologie per le quali più frequentemente è indicata una protesi totale sono

  • l’artrosi (coxartrosi)
  • le fratture del collo del femore o dell’acetabolo.

Per l’artrosi, nelle forme meno gravi o in attesa dell’intervento, la sintomatologia può essere controllata con

  • terapia fisica e manuale
  • terapia farmacologica (antiinfiammatori-antidolorifici-integratori),
  • terapia infiltrativa con acido ialuronico (limitate indicazioni ai cortisonici),
  • la terapia infiltrativa con PRP (plasma ricco di piastrine) o cellule staminali non hanno ancora un’evidenza in letteratura scientifica di livello I/II.

Alcune norme igienico-comportamentali possono influire sull’evoluzione della patologia. In quest’ottica risulta importante

  • Ridurre il peso corporeo,
  • limitare gli eccessi funzionali sportivi-lavorativi,
  • mantenere una buona muscolatura sfruttando in particolare esercizi guidati,
  • cyclette/bicicletta,
  • ginnastica in acqua.

Nelle forme a bassa componente infiammatoria, le cure termali possono essere di aiuto.

Per le forme più avanzate e limitanti le attività quotidiane non esistono allo stato attuale trattamenti alternativi alla protesi.

Quali sono le domande che più frequentemente pongono i Pazienti:

  • Non sono troppo giovane per una protesi?

R: la protesi non è un’indicazione assoluta, è una necessità per chi, a qualsiasi età, è significativamente condizionato nella vita quotidiana ed è costretto a continuativa assunzione di farmaci potenzialmente dannosi per l’organismo.

  • Quanto dura una protesi d’anca?

R: la durata di una protesi è condizionata da diversi fattori:

  • dall’esperienza del chirurgo,
  • dalla qualità dei materiali impiantati,
  • dalle caratteristiche e dai comportamenti del paziente.

L’esperienza del chirurgo: è chiaramente un aspetto fondamentale, nell’affrontare un impianto semplice, ma soprattutto quando si tratti di anche complesse, come per esempio quelle displasiche, le anche rigide e le post-traumatiche. Il risultato finale a breve termine e la durata nel tempo sono condizionati tanto dalla tecnica chirurgica quanto dalla pianificazione e dalla realizzazione di una geometria articolare protesica ottimale, oltre che dalla scelta delle forme e dei materiali ideali. Tutto questo è frutto dell’esperienza che si ottiene solo dopo anni di attività, di studio e di un elevata casistica operatoria del chirurgo.

La qualità dei materiali: come confermerebbe un esperto di fisica, non esiste uno scorrimento di superfici senza attrito e conseguente usura, cui consegue una liberazione di detriti, spesso alla base dei fallimenti protesici a medio-lunga distanza. Da questa considerazione deriva l’importanza dei materiali e della loro forma, soprattutto delle superfici sfera-coppa a confronto. Oggi gli accoppiamenti più affidabili sono ceramica-ceramica e ceramica-polietilene cross-linked, mentre pare ormai conclusa l’esperienza dei rapporti metallo-metallo. Anche la geometria dell’impianto, l’orientamento delle componenti, le importanti dismetrie residue, possono ridurre o incrementare l’usura, riducendo la sopravvivenza protesica.

Il Paziente: mentre le normali attività lavorative, personali e sportive sono ben tollerate nel tempo, tutti gli eccessi di peso e funzionali possono aumentare l’usura protesica. Il Paziente deve essere informato di questo e reso responsabile delle proprie scelte.

Una protesi correttamente impiantata, materiali di alta qualità e un paziente rispettoso dell’impianto, dovrebbero garantire la durata oltre i trent’anni, cioè per tutta la vita, in una buona parte dei pazienti, considerando che raggiunta l’età anziana le richieste funzionali necessariamente si abbassano.

  • Meglio una protesi d’anca con tecnica tradizionale o mini invasiva? Mi mette una protesi piccola?

R: Il termine “mininvasivo” si riferisce alla via d’accesso utilizzata dal chirurgo per farsi strada a partire dalla cute, tra le varie strutture, muscolari, vascolari e nervose, fino all’osso. Esistono vie di accesso tradizionali e vie mininvasive, protesi standard e steli corti; non esiste la via e la protesi ideale, ma la scelta dipende da ogni singolo caso. Le vie di accesso sono numerose, ma le più utilizzate sono:

  • la via postero-laterale,
  • la via antero-laterale,
  • la via laterale diretta e
  • la via anteriore.

Molte delle vie mininvasive descritte sono una derivazione delle precedenti.

Ognuna di queste ha vantaggi e svantaggi.

La via mininvasiva che regolarmente utilizzo è quella anteriore, che procede separando i ventri muscolari senza interromperli e che garantisce un recupero postoperatorio più rapido. Questa via di accesso non è però applicabile a tutti i pazienti, essendo più difficile in soggetti di grandi dimensioni corporee e muscolosi, oltre che in particolari forme di artrosi.

Ancora una volta l’esperienza del chirurgo risulta essere l’elemento fondamentale di scelta e di esecuzione dell’intervento.

Gli steli corti e la conseguente mininvasività ossea sono riservati a pazienti più giovani, a canali midollari più stretti, a tessuto osseo non osteoporotico; in queste circostanze sono da preferire steli standard e di grande affidabilità.

Riguardo alle protesi di rivestimento, cioè con una coppa acetabolare normale, ma con la componente femorale senza stelo, adattata al femore appositamente modellato, fissata con cemento e rivestente il moncone osseo come una capsula dentale, questa protesi esiste attualmente solo in rapporto metallo-metallo e per questo esclusa dalle mie scelte protesiche, rappresentando comunque ormai un limitatissimo numero di impianti in senso assoluto in tutto il mondo.

  • Mi farà una protesi d’anca cementata?

R: le protesi sono ancorate all’osso attraverso due possibili modalità, la cementazione o il press-fit. Nel primo caso si frappone tra osso e protesi uno strato di cemento acrilico con fissazione immediata, nel secondo la protesi viene inserita a forza in un alloggiamento osseo chirurgicamente preformato e leggermente sottodimensionato, così da produrre una stabilità primaria, cui seguirà nei mesi successivi una stabilità definitiva per ancoraggio cellulare.

La scelta dell’una o dell’altra modalità di ancoraggio dipende dalle convinzioni del chirurgo (la cementazione è molto più seguita in Nord Europa), ma soprattutto dalle caratteristiche del segmento osseo, essendo la cementazione da preferire in presenza di canali midollari molto ampi e significativa osteoporosi. Non si tratta in ogni caso di protesi di serie A o B.

  • I tempi di ripresa dopo l’intervento di protesi all’anca saranno molto lunghi?

R: Nei casi standard la ripresa post-operatoria prevede il recupero del cammino il giorno seguente, con una progressione di autonomia, che diviene completa dopo circa un mese, quando si lascia l’appoggio, si guida l’automobile, si possono prendere mezzi pubblici…essendoci evidentemente casi di recupero più lento o addirittura più accelerato. Per quanto riguarda la ripresa di attività motorie più intense e in particolare dello sport, bisognerà attendere qualche mese, anche per non ostacolare l’osteointegrazione protesica.

 

 

 

  • Dopo l’intervento cosa posso fare? Potrò lavorare, praticare sport?

R: Ripristinare una vita funzionalmente normale è lo scopo di una protesi d’anca, cioè per esempio potersi

  • lavare e vestire in autonomia,
  • prendere e guidare mezzi,
  • fare viaggi,
  • andare al mare

Un buon impianto protesico consentirà sicuramente anche attività di maggior impegno fisico e sovraccarico protesico, inevitabilmente più a rischio di eventi traumatici, ma che dovranno essere valutate in un colloquio tra chirurgo e paziente, essendo comunque quest’ultimo ad assumersi le responsabilità di eventuali complicazioni conseguenti al superamento di ragionevoli limiti. Se dunque la maggior parte delle attività lavorative potranno essere regolarmente recuperate, questo varrà anche per lo sport.

Alcune pratiche sportive sono attualmente pienamente consentite:

  • bicicletta,
  • nuoto,
  • tennis,
  • golf,
  • corsa regolare
  • escursionismo
  • sci di fondo

Altre saranno consigliate se già precedentemente praticate:

  • sci,
  • equitazione,
  • mountain bike,
  • vela

Altre restano possibili, ma sconsigliate:

  • motocross,
  • sci nautico
  • sport di contatto.

Questo è quanto condiviso a livello internazionale e ampiamente riportato in letteratura.

  • Siamo una coppia giovane, sessualmente attiva, avremo limitazioni legate alla protesi d’anca?

R: una volta stabilizzato l’impianto, recuperata la muscolatura e la propiocettività (la sensazione di sentirsi un’anca propria), in presenza di testine protesiche non inferiori ai 32 mm di diametro, l’attività sessuale, sia per lei sia per lui, può essere praticata nella sua normalità; allo stesso modo non si pongono ostacoli ad affrontare una gravidanza, valutando poi caso per caso la possibilità di un parto naturale.

In donne fertili, soprattutto nella previsione o nella possibilità di una gravidanza, sarebbe ulteriormente da rifiutare un rapporto metallo-metallo, essendo stato dimostrato il passaggio placentare di ioni cromo e cobalto.

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